La digitalizzazione del patrimonio archeologico non è più una prospettiva futura, ma una condizione operativa che sta ridefinendo in profondità strumenti, linguaggi e finalità della ricerca. I contributi raccolti in questo numero della rivista mostrano con chiarezza come l’incontro tra Virtual Archaeology, rilievo integrato e HBIM, stia uscendo dalla fase sperimentale per assumere il profilo di una vera infrastruttura metodologica per la conoscenza, la tutela e la valorizzazione.

Il tema che attraversa l’intero numero è quello del modello: un dispositivo epistemologico capace di organizzare dati eterogenei, mettere in relazione fonti, spazi, tempi e interpretazioni rendendo trasparenti i passaggi che conducono dall’evidenza materiale alla ricostruzione critica.  In questa prospettiva si colloca il contributo sui modelli dati archeologici nell’HBIM: si tratta di un impianto multilivello fondato su quattro componenti integrate, spaziale, documentale, stratigrafica e interpretativa.  Il Common Data Environment viene individuato come il luogo in cui il dato si trasforma in conoscenza condivisibile e aggiornabile offrendo l’opportunità di governare la crescente complessità informativa dei contesti archeologici senza perdere rigore scientifico e tracciabilità.

Su questa stessa linea si innesta il saggio dedicato a San Lorenzo in Miranda, che sviluppa un paradigma HBIM diacronico per un monumento-palinsesto, nel quale forma, fase e fonte diventano categorie operative di un unico sistema di rappresentazione. Il valore del contributo risiede nell’aver mostrato che il modello informativo può accogliere non solo lo stato di fatto del manufatto, ma anche le sue trasformazioni pregresse e future, le sue permanenze e le sue lacune, distinguendo con chiarezza tra dato rilevato ed interpretato. Il modello, in questo caso, non è soltanto uno strumento tecnico, ma una forma di testimonianza della complessità storica.

La dimensione processuale del digitale emerge con chiarezza nel contributo dedicato allo scavo di Santa Maria in Viridis ad Ascalona, dove rilievo topografico e fotogrammetrico vengono integrati nelle fasi quotidiane dello scavo e della campionatura. Il concetto di scavo reversibile, reso possibile da modelli multiscalari condivisi tra discipline diverse, alimenta una pratica archeologica che cresce nella transdisciplinarietà, tra archeologi, architetti, geologi, chimici e fisici che operano entro un medesimo spazio informativo.

Accanto a queste riflessioni, il caso del mausoleo di Cecilia Metella ricorda come il rilievo integrato resti anzitutto uno strumento di analisi critica dell’architettura. La combinazione tra laser scanning, fotogrammetria e osservazione autoptica consente qui di rileggere materialità, riusi e trasformazioni, fino a rimettere in discussione attribuzioni cronologiche consolidate. Il digitale non sostituisce lo sguardo esperto: lo rafforza, lo verifica, lo rende riproducibile.

Non meno significativa è la direzione indicata dal contributo sul Complesso Nuragico di Palmavera, che affronta il passaggio dallo scavo al racconto visivo. Qui il modello digitale è la base “invisibile” per costruire strumenti di divulgazione analogica, pannelli, assonometrie, timeline, illustrazioni narrative, capaci di rendere comprensibile il sito a pubblici diversi. Il tema della valorizzazione viene così ricondotto a una responsabilità scientifica: comunicare senza semplificare, tradurre senza tradire.

Infine, il caso di Priene, con la ricostruzione virtuale del Tempio di Atena Poliade e della Stoa Dorica, riporta al centro il problema del controllo metrico e della qualità del modello. La verifica del Livello di Accuratezza nel confronto tra HBIM e nuvola di punti mostra che il modello informativo, se vuole ambire a essere strumento affidabile di ricerca e non soltanto efficace macchina visiva, deve fondarsi su procedure esplicite di validazione. Nel loro insieme questi contributi delineano una traiettoria chiara. L’archeologia digitale contemporanea non coincide più con la sola produzione di immagini o ricostruzioni spettacolari ma  si definisce piuttosto come un campo nel quale acquisizione, modellazione, semantizzazione, interpretazione e comunicazione convergono in un unico ecosistema. La sfida non è accumulare più dati, ma strutturarli meglio; non è ricostruire di più, ma rendere leggibile il grado di certezza di ciò che si ricostruisce; non è solo innovare gli strumenti, ma ripensare i processi.

Questo numero della rivista si colloca precisamente in questo orizzonte. Ne emerge un quadro scientificamente maturo, nel quale il digitale non è più un supporto esterno all’archeologia, ma una sua componente interna, critica e produttiva. È qui, probabilmente, che si gioca oggi una delle trasformazioni più importanti della disciplina: nella capacità di fare del modello non soltanto una rappresentazione del passato, ma uno spazio condiviso di conoscenza e sperimentazione sul passato.


Cecilia Maria Bolognesi (Politecnico di Milano)